In molti dei corsi di formazione orientati al marketing, prima o poi viene chiesto “Chi di voi pensa che Mc Donald’s faccia gli hamburger più buoni del mondo?”.

Questa domanda viene presa come pretesto per sostenere una tesi che non condivido per nulla, e cioè che non conta il prodotto, ma contano solamente marketing e prezzo.

Questa idea si basa su osservazioni superficiali che possono essere mosse nei confronti del colosso dei fast food: banalmente, Mc Donald’s non produce né l’hamburger più buono al mondo, né tantomeno l’hamburger più economico nel mercato. Eppure, il motivo del successo del colosso che nel 2015 fatturava oltre venticinque miliardi di dollari non è puro marketing, e gli otre sessant’anni di sviluppo lo dimostrano.

Vediamo quindi se riusciamo a capire qualcosa di più dalla loro storia.

Il primo ristorante Mc Donald’s nasce negli anni cinquanta, epoca in cui in america andavano di moda le auto eccentriche che troviamo ancora oggi a Cuba, le canzoni di Frank Sinatra, le pin-up e i drive-in. Il mondo del secondo dopoguerra si era addentrato nella guerra fredda, ma  per certi versi si stava avviando a grandi passi verso la modernità.

Mentre in Italia i nostri nonni avevano iniziato a fare impresa nel contesto del boom economico, i fratelli Mc Donald’s aprivano a San Bernardino (California) il primo burger restaurant con il nuovo sistema appena inventato.

In sostanza, i fratelli Richard James e Maurice James Mc Donald’s avevano intuito che uno dei limiti principali dei ristoranti e drive-in concorrenti era il tempo di attesa. Dover attendere decine di minuti per mangiare anche un solo hamburger era la regola, dato che c’erano dei menù con diverse opzioni e la preparazione di ogni piatto veniva iniziata solo dopo che l’ordinazione era stata effettuata.

Ed ecco che nacque l’idea rivoluzionaria dei fratelli Mc Donald’s.

Ridurre il menù all’osso, e applicare una struttura di produzione ben definita, come un reparto produttivo industriale, a tutto il ristorante.

C’erano addetti agli ordini, addetti alla cottura degli hamburger, addetti alla chiusura dei panini e addetti alla cottura delle patatine. Le forniture venivano scelte con cura e acquistate in grandi quantità, stoccate sempre nello stesso modo e persino i tempi di cottura vennero regolati secondo schemi ben definiti.

In questo modo i due riuscirono a ridurre notevolmente i tempi ed i costi di produzione, standardizzando la qualità dei loro hamburger, e soddisfacendo così tanto i loro clienti da riuscire, con l’aiuto di Ray Kroc, a creare un franchising che, col tempo, raggiunse proporzioni colossali. Considera che nel 1960 si erano contati oltre quattrocento milioni di hamburger venduti.

Ovviamente il marketing aiutò di molto lo sviluppo di Mc Donald’s, ma alla base c’era una precisa strategia di business volta alla creazione di scalabilità.

E questa manifesta intenzione di velocizzare le operazioni, di tagliare il superfluo e di concentrasi su quello che il cliente vuole è il fulcro di tutto l’immenso successo delle aziende che, da piccole, continuano a crescere fino a divenire dei veri e propri colossi.

Credo che la lezione più belle che il caso Mc Donald’s ha da offrire a noi imprenditori sia l’importanza della scalabilità nel medio/lungo periodo: in questo modo si riescono ad attirare investitori, si possono sfruttare bene le leve del marketing e si possono aumentare i profitti in modo duraturo.

E adesso veniamo al dunque: come si crea la scalabilità?

Ne ho già parlato in un altro articolo del blog, che ti linko qui.

 

Però, se vuoi che ragioniamo sulla tua azienda, ti consiglio di contattarci!

 

A presto,

Filippo Biasiolo.

 

 

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